2001
A più Voci a Palazzo Strozzi – per le persone con Alzheimer e per chi se ne prende cura
By: Direttore | 0 Commenti | Visualizzazioni: 1732
A più voci
A più voci è il programma che la Fondazione Palazzo Strozzi (http://www.palazzostrozzi.org/) dedica alle persone con Alzheimer e a chi se ne prende cura. Per ogni mostra vengono organizzati cicli di tre incontri, progettati e condotti insieme da educatori museali e geriatrici: due appuntamenti dedicati ognuno a un’opera d’arte e il terzo incentrato su un laboratorio. A più voci si colloca all’interno di un più ampio programma di accessibilità proposto dalla Fondazione Palazzo Strozzi. L’intento è quello di creare i presupposti affinché ogni visitatore si senta il benvenuto all’interno delle mostre e possa trovare il proprio modo di rapportarsi all’arte.
La rsa ‘Vincenzo Chiarugi’ partecipa al progetto fin dalla prima esperienza-pilota del 2011 (http://timeslipsapalazzostrozzi.myblog.it/).
A più voci
Ogni appuntamento di A più voci inizia con un incontro.
Tutti i partecipanti, seduti in cerchio, in una stanza riservata, fanno reciproca conoscenza e prendono confidenza con l’ambiente. Qui, all’inizio di ogni attività vengono date le indicazioni riguardo al percorso previsto e confermati gli obiettivi del progetto: offrire un’esperienza emozionante, stimolante, piacevole; proporre un’interazione diretta con l’arte che preveda l’uso dell’immaginazione e non della memoria, della fantasia invece delle capacità logiche; offrire ai partecipanti la possibilità di esprimersi in un contesto protetto e stimolante e di vedere convalidate le loro parole per sperimentare così, insieme agli accompagnatori (familiari, volontari o operatori professionali), un modello per una comunicazione ancora possibile con le persone di cui si prendono cura.
Un progetto per le persone con Alzheimer e per chi se ne prende cura
Le attività del progetto A più voci, non sono concepite come interventi di stimolazione cognitiva, volti a mantenere le capacità residue o a rallentarne la perdita causata dalla progressione della malattia. Questo vorrebbe dire trascurare la complessità del decadimento cognitivo conseguenza di una sindrome neurodegenerativa, in breve della demenza definita anche, per antonomasia, Alzheimer. Complessità determinata da un insieme di fattori. Non tutte le forme di demenza sono Alzheimer: ce le rende tutte uguali non l’eziologia o la sintomatologia, ma la nostra reazione, l’atteggiamento che comunemente assumiamo nei confronti di una persona che affronta la sfida della demenza. Inoltre persone diverse evolvono la stessa forma di demenza in maniere differenti: dipende anche dal carattere, dal vissuto, dallo stato di salute, dalla riserva cognitiva; e dipende molto, dall’ambiente e dalle persone che accompagnano in questo ‘viaggio’. Si parla infatti di excess disabilities comprendendo in questa definizione quella parte dei sintomi comportamentali che non sono conseguenze dirette della malattia, ma di alcuni nostri atteggiamenti, che possono causare reazioni opposte rispetto a quelle sperate. Per questo è importante continuare a coinvolgere una persona con demenza nella vita sociale e culturale, proponendo attività adeguate ma non per questo meno stimolanti ed emozionanti, per loro come per noi. L’obiettivo generale è quello di un benessere complessivo (sistemico), considerando ogni esperienza non solo per quanto potrebbe giovare alle persone con Alzheimer, ma per quanto possa rendere più felici loro e insieme i familiari che se ne prendono cura.
In mostra
Gli attimi di attesa prima di entrare, mostrare il biglietto, oltrepassare la porta, sono davvero i primi passi in un mondo altro, sconosciuto, le cui regole dovremo imparare. Da sei anni Palazzo Strozzi propone il programma A più Voci. Eppure, anche in occasione di questa ultima esposizione, Ai Weiwei, Libero! (http://www.palazzostrozzi.org/mostre/aiweiwei/), i pochi istanti di sosta davanti all’ingresso della mostra sono stati carichi di un’emozione speciale, che ci viene trasmessa dalle persone che stanno per entrare con noi. Una miscela composta per metà dal desiderio d’esplorazione e per l’altra metà dall’incertezza e dal timore che ingenera – e ora, che cosa mi aspetta? sarò adeguato rispetto alle richieste?
Il labirinto di biciclette marca Forever scelto da Ai WeiWei come entrata alla mostra accentua quest’impressione: un elemento quotidiano e riconosciuto come la ruota di una bicicletta si moltiplica all’infinito in un gioco di specchi; dall’ingresso non si vede l’uscita – se ci sarà un’uscita! – selva sconosciuta e oscura, bosco magico dove inizia un percorso sconosciuto.
Entriamo dunque in mostra, forti della consapevolezza che si tratterà di un’esperienza trasformativa, rispetto alla quale siamo tutti allo stesso modo felicemente impreparati. Anzi, la sensazione di inadeguatezza che le persone con demenza ci trasmettono, se accompagnata da un forte senso di fiducia in chi è al loro fianco, si rivela la disposizione ideale per vivere l’emozione dell’arte. Siamo, tutti quanti, arresi e disponibili a seguire l’artista letteralmente in un’altra realtà, a immaginare la quale ogni visitatore è legittimato a dare il suo contributo.
La proposta è di visitare la mostra insieme, a coppie, guardando le opere che sono intorno a noi, scambiandoci impressioni e opinioni; per poi fermarsi davanti a una in particolare, di fronte alla quale ci mettiamo seduti per una lunga osservazione guidata.
L’arte
Ti piace quest’opera? Che cosa ti colpisce?
Non ci sono risposte giuste o sbagliate, ognuno viene sollecitato a esprimere liberamente il proprio parere. L’opera d’arte, che si tratti di un dipinto del Rinascimento, un quadro astratto o un’istallazione fatta di sgabelli, è costruita in maniera da sollecitare chi si trova davanti a una interpretazione, cioè, un’attribuzione di senso data da quello che l’opera dice a ognuno, secondo una prospettiva strettamente personale. L’opera d’arte vive nella relazione condivisa, tra l’artista e lo spettatore, tra chi conduce l’attività e chi vi partecipa, fra la persona con demenza e chi se ne prende cura. Questa relazione genera un intenso coinvolgimento nella conversazione: attenzione, ascolto, commenti articolati, talvolta ricordi, magari semplici parole, ma soprattutto un rinnovato desiderio di esprimersi e comunicare.
Dopo l’osservazione iniziamo a inventare una storia o una poesia, alle quali ogni partecipante contribuisce nel modo in cui può e sceglie di farlo: con una parola, un pensiero, un suono, un gesto. L’attenzione alla precisa trascrizione di espressioni gergali e personali dei partecipanti diventa validazione del loro essere partecipi in quel momento.
Le storie e le poesie sono solo la traccia di quello che avviene durante l’attività, ma hanno comunque il valore del documento che riporta l’emozione. Una volta trascritte e raccolte, costituiscono una risorsa per tutti: aiutano a vedere le opere in un modo diverso, che va oltre la loro superficie. E ci regalano anche la possibilità di conoscere il mondo interiore delle persone con demenza, spesso altrimenti inaccessibile.
Raccontare l’Alzheimer
0 Commenti